Col suo nome

A volte penso che non avrei mai dovuto iniziare ad andare dalla psicologa.
Sto comunque male e in più ho il senso di colpa per quelle due ore del martedì in cui non sono chiusa in ufficio, più acuto di quello per le giornate intere passate a letto a fissare il vuoto davanti a me.

Prima cercavo un po’ di salvare le apparenze, prima mi sentivo in colpa perché razionalmente non avevo ragioni per stare così, perché la mia era solo tristezza passeggera, che sarà mai, c’è chi sta peggio, che diritto ho io di lagnarmi e stare seduta in angolino con gli occhi lucidi a guardare la vita che si allontana. Poi ho cominciato a sentirmi nel giusto ed è stato sempre peggio. “Non ha bisogno di una grossa tragedia per soffrire”, “Non deve sentirsi in colpa”,”Alcuni eventi ci fanno più male di quanto ne farebbero ad altri”, “Chiamiamo questa sua tristezza col suo nome: depressione”.

Sono giustificata quindi? Posso starmene rintanata in casa e dire che mi sento troppo depressa per andare a lavoro? Posso evitare il confronto con gli altri perché io sono depressa quindi parto svantaggiata e anche le cose minime per me sono uno sforzo? Posso odiare tutti perché non sono depressi e si godono una vita attiva? Posso fare scenate quando qualcosa non va esattamente come desideravo perché innesca la mia depressione?

No.

Però mi comporto come se fosse così. E questo mi sta costando tutto. E non so come uscirne, non so come comportarmi, non riesco a reagire, non so come farlo, non so se ne abbia le forze, non so se abbia senso visto che ciclicamente, per quanto in passato mi impegnassi, torno sempre a questo punto.

Mi sono sistemata in modo talmente comodo in questa tana di merda che non ho più voglia di rialzarmi.

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6 pensieri riguardo “Col suo nome”

  1. non so se hai visto Big Mouth. Nella seconda stagione la depressione è rappresentata da un enorme gatto viola che ti si piazza sul petto. personalmente l’ho trovata geniale.
    quello che succede nel nostro cervello non è meno importante di quello che succede al nostro corpo.

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    1. Sì geniale davvero, è proprio uguale. Un bel gattone confortante che ti schiaccia.
      A me quello che succede nel cervello fa più paura di quello che succede al corpo (entro i limiti delle malattie gravi, ovviamente), perché non lo vedi, non hai un indicatore esplicito. Hai boh, una ferita sulla gamba e vedi quando si arrossa e si infetta, hai qualcosa dentro e non è così ovvio rendertene conto.

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  2. Io credo che certi malesseri vadano comunque ascoltati perché hanno qualcosa da dire, sono segnali di adattamento e comunicazioni che non tutto sta andando per il verso giusto. Più li si vuole negare o soffocare e più prenderanno spazio e tempo. Seguire i bisogni del momento non significa necessariamente rimanerne vittima per sempre, poco per volta si ritrovano nuove energie quando arriva il momento. Certo è che non si tratta di un percorso facile, ci si va a sporcare per poi risalire, per quanto tutto questo suoni banale.

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    1. Non è affatto banale, fa solo un po’ paura. Mi spaventa l’idea di negarmi la possibilità di guarire in qualche modo, di perdere quasi volontariamente opportunità che mi farebbero bene, mi farebbero ritrovare un po’ di speranza, perché troppo impegnata a guardarmi dentro e a sguazzarci un po’. Sto provando a darmi del tempo, a essere un po’ più clemente con me stessa, a disprezzarmi un po’ meno per il fatto di non essere sempre un essere umano efficiente al 100%, però spesso mi sento sovrastare dal senso di colpa, mi sento uno scarto difettoso e mi demolisco.

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      1. Credo che sul momento sentiamo chiaramente quello di cui abbiamo bisogno, solo a volte ci pare poco funzionale. Perché la necessità di isolarsi e guardarsi dentro non sembra utile. E’ molto difficile riuscire ad essere indulgenti con sé stessi se si pensa di dover essere efficienti al 100%, però probabilmente è quella la strada: clemenza. Nei Simpson in una puntata qualcuno diceva che è per questo che ci sono le gomme dall’altro lato delle matite, perché tutti facciamo errori.
        Mi sono trovato anche io (e mi trovo ancora a volte) nello stesso turbine di pensieri. Alcune volte mi incastro altre ne esco fuori.
        Mentre leggevo la tua risposta mi è venuto in mente un passaggio del Dottor Jekyll e Mr. Hyde, quando Jekyll spiega che per quanto Mr.Hyde fosse abietto e meschino era comunque una parte di sé e ne parla con tenerezza perché comunque anche lui desiderava vivere. Quanto è difficile guardarsi con tenerezza?

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