Color tramonto, per la precisione

Poi un giorno succede che sei a lavoro e ti stai chiedendo quale sia lo stato dell’eyeliner, guardi il computer, lo chiudi, lo riponi nello zaino e ti alzi.

La mattina hai avuto una riunione con i grandi capi che è andata bene, ma tu avevi comunque l’ansia e si vedeva e si vedeva che loro erano perplessi guardandoti. Poi un’ora di pianto silenzioso, con qualche singhiozzo qua e là, chiusa nel bagno. Pare li abbiano fatti apposta quei bagni così grandi e comodi e confortevoli. Poi un panino al volo con lui, che ti chiede che hai e si stizzisce quando gli rispondi non lo so, o peggio ancora tutto, ma è così che ti senti e non riesci a evitarlo. Poi seminario, guardando per terra per tutto il tempo per evitare di incrociare lo sguardo con chiunque e scoppiare di nuovo a piangere. E poi torni in ufficio. Rifletti un po’. Ti risuonano in testa alcune parole dette da un paio di persone nell’ultimo anno, mentre distrattamente pensi alle codine dell’eyeliner ormai sicuramente cancellate.

Cammini sulla strada verso casa sovrappensiero, quasi non ti accorgi nemmeno del caldo, quasi non ti accorgi nemmeno dei semafor… ops. Più ti avvicini e più ti rendi conto di essere stanca, mentalmente ma anche fisicamente, stare con tutti i muscoli del corpo in tensione tutto il giorno è un’attività sportiva intensa. Capisci che forse più che essere stanca sei stufa. Di te principalmente, di come reagisci, di come provi ad essere invisibile perché terrorizzata da qualunque tipo di confronto. Entri in un negozio, compri cose.

Arrivi a casa e ti fai i capelli rosa.







PS: avrei preferito il color alba, ma c’è ancora un po’ di arancione sulla base perché non volevo bruciarmi completamente i capelli. Sono belli lo stesso però.

E poi alla fine sparisci

Il problema grosso è quando ti imbamboli. Sai, quando ti ritrovi a scrollare la miliardesima ricetta di pollo alla Canalis su instagram senza nemmeno sentirti in colpa per l’etto e mezzo di pasta all’arrabbiata che stai mangiando (con sto caldo? sì) e l’unica cosa che si muove dentro di te sono i neurotrasmettitori che portano l’ordine di muoversi al pollice (le mie conoscenze a riguardo si fermano ad Esplorando il corpo umano, mi riferisco esattamente a quei cosi con la coda che corrono con i foglietti in mano).

Il punto non è l’imbambolarsi in sé, è il perché lo fai. Non sei semplicemente stanca dopo la giornata di lavoro, non cerchi leggerezza. Cerchi anestesia. Perché sai che se ti metti a pensare cominci a urlare e cominci a piangere e cominci a torcerti le mani con così tanta violenza da lasciarti i segni e cominci a singhiozzare così forte che ti fa male la gola. Sale e sale finché raggiungi un plateau, dieci minuti in cui strepiti e ti prendi a pungi e urli e salti e lanci oggetti e gridi e poi basta, di botto. Ti siedi per terra, la faccia zuppa e rossa, la vista offuscata. Hai dieci secondi completa e totale serenità. Poi arriva il senso di colpa. Perché fai così? Perché stai così? Non hai tutto? Non ti rendi conto di quanto sia fortunata? Non hai ottenuto tutto quello che volevi? Boh, sì. Scusa. Hai ragione, la smetto. E ti chiudi.

Col suo nome

A volte penso che non avrei mai dovuto iniziare ad andare dalla psicologa.
Sto comunque male e in più ho il senso di colpa per quelle due ore del martedì in cui non sono chiusa in ufficio, più acuto di quello per le giornate intere passate a letto a fissare il vuoto davanti a me.

Prima cercavo un po’ di salvare le apparenze, prima mi sentivo in colpa perché razionalmente non avevo ragioni per stare così, perché la mia era solo tristezza passeggera, che sarà mai, c’è chi sta peggio, che diritto ho io di lagnarmi e stare seduta in angolino con gli occhi lucidi a guardare la vita che si allontana. Poi ho cominciato a sentirmi nel giusto ed è stato sempre peggio. “Non ha bisogno di una grossa tragedia per soffrire”, “Non deve sentirsi in colpa”,”Alcuni eventi ci fanno più male di quanto ne farebbero ad altri”, “Chiamiamo questa sua tristezza col suo nome: depressione”.

Sono giustificata quindi? Posso starmene rintanata in casa e dire che mi sento troppo depressa per andare a lavoro? Posso evitare il confronto con gli altri perché io sono depressa quindi parto svantaggiata e anche le cose minime per me sono uno sforzo? Posso odiare tutti perché non sono depressi e si godono una vita attiva? Posso fare scenate quando qualcosa non va esattamente come desideravo perché innesca la mia depressione?

No.

Però mi comporto come se fosse così. E questo mi sta costando tutto. E non so come uscirne, non so come comportarmi, non riesco a reagire, non so come farlo, non so se ne abbia le forze, non so se abbia senso visto che ciclicamente, per quanto in passato mi impegnassi, torno sempre a questo punto.

Mi sono sistemata in modo talmente comodo in questa tana di merda che non ho più voglia di rialzarmi.

Ciclicamente

Arriva ciclicamente un momento in cui penso ecco questo è il fondo, non sono mai stata così tanto giù e non sono in grado di discernere se veramente sia un nuovo fondo o se sia sempre lo stesso, addolcito nei ricordi. Non so se siano anni che mi sento così o siano anni che peggioro in continuazione.

Lo schema è sempre lo stesso: inizia tutto da un periodo in cui per qualche ragione incomprensibile sono estremamente socievole, esco chiacchiero rispondo sui gruppi whatsapp, che viene bruscamente interrotto da uno tsunami di ansia, perché non dovrei uscire così tanto, dovrei pensare di più al lavoro, dovrei dedicarmi anima e corpo alla ricerca. Parte quasi istantaneamente un malumore bestiale, che peggiora ad ogni “ma stai bene?” e/o “è successo qualcosa?” del prossimo giustamente perplesso dal cambiamento repentino. Odio tutti, provo fastidio appena qualcuno respira troppo vicino a me. Mi isolo totalmente, non parlo con nessuno, non guardo in faccia chi mi rivolge parola, l’odio verso tutti ma soprattutto verso me stessa aumenta esponenzialmente, ho momenti di rabbia furibonda alternati ad apatia totale. Poi arriva il panico. Dopo qualche giorno di pianto continuo e violento cominciano a formarsi nella mente buoni propositi, progetti di miglioramento, adesso sto qualche altro giorno da sola e mi rimetto in sesto e appena sono di nuovo presentabile ricomincio a parlare con le persone e chiedo scusa se sono sparita. Sto ancora da sola, vado ancora nel panico, che è amplificato, è sempre peggio, non vedo via di uscita. La durata di quest’ultima fase non dipende da me, ma dall’esterno: si protrae finché non si palesa un evento esterno, di solito lavorativo, che mi forza a interagire con le persone. Al panico si mischia la vergogna, perché sono un casino, perché sono scema, perché non so gestirmi, perché chissà cosa pensano gli altri di me. Poi pian piano la situazione si stabilizza, funziono correttamente per un po’. Poi prendo confidenza, mi sento troppo sicura, comincio a chiacchierare troppo. Poi da capo.

Dopo qualche giro dovrei imparare a non ricascarci, no? Dovrei riconoscere il pattern sempre uguale e cercare di uscirne. E invece sono sempre qui.

Abbattuta da me stessa.